Bordocampo - Calò: "Alvini? Maniacale. Ai tifosi prometto che ci salviamo"
Giacomo Calò, dopo lo straordinario campionato con la maglia del Frosinone e la promozione in Serie A, è stato ospite a Bordocampo, insieme a Cittadini e Cichella. Ecco le sue parole:
Giacomo o Jack? Come preferisce essere chiamato?
“Come volete. I ragazzi mi chiamano Jack, ma va bene tutto.”
Innanzitutto, come sta? E soprattutto: complimenti per il look dei festeggiamenti.
“Sto bene, magari ho un po’ meno voce dopo l’altra sera, però adesso sto benissimo. E per il look… beh, ci stavano i festeggiamenti.”
Lei è stato definito l’architetto del centrocampo del Frosinone. Quando avete capito che questa poteva diventare una stagione speciale?
“Non c’è stata una partita precisa o un momento in cui ho pensato: ‘quest’anno ce la giochiamo’. È stato un insieme di cose. All’esterno magari ci consideravano spensierati, ma noi eravamo organizzati e consapevoli di quello che stavamo facendo. L’entusiasmo iniziale ci ha aiutato tanto, così come l’esperienza dello scorso anno per chi era già qui. Noi nuovi siamo arrivati con la mentalità giusta, con voglia di riscatto e di cogliere un’opportunità importante.”
Che cosa le ha permesso di rendere a questo livello? Molti l’hanno definita il miglior centrocampista della Serie B.
“La fiducia iniziale del mister e dei compagni è stata fondamentale. Poi è stato tutto molto naturale, partita dopo partita. Ma il merito non è soltanto mio: quando lavori in un contesto che ti aiuta, riesci a dare di più. È stata davvero una stagione incredibile per tutti.”
Lei è in prestito e ha conquistato la Serie A sul campo. Quanto desidera giocarsi questa occasione?
“Tantissimo. Vorrei davvero provare questa esperienza in Serie A, soprattutto dopo averla conquistata così, sul campo, a 29 anni. È qualcosa che ogni ragazzo sogna quando inizia a giocare a calcio. Poi sarà la società a decidere se riscattarmi o meno, ma io penso di aver dato il mio contributo e mi piacerebbe giocarmi questa opportunità.”
Quanto è stato importante mister Alvini?
“Tantissimo. Dal primo giorno di ritiro mi ha parlato chiaramente, spiegandomi le sue idee e cosa voleva da me. Già dalle prime amichevoli mi correggeva sui movimenti e mi faceva capire subito cosa non andava. È sempre stato molto chiaro sulla mia posizione e sul mio ruolo all’interno della squadra.”
Ha un modello di riferimento?
“Ho sempre guardato grandi giocatori del mio ruolo: Busquets, Pirlo… ma anche Pjanic ai tempi della Roma e della Juventus. Era uno che osservavo molto.”
E quando la paragonano proprio a Pirlo?
“Rispondo soltanto: grazie.”
Che cosa ha provato sul dischetto in una partita così pesante?
“La verità è che non ho sentito un peso particolare. Ho preso il pallone con tranquillità. Mi sono preso quella responsabilità serenamente e mi è anche piaciuto farlo. Durante l’anno sono stato orgoglioso di battere rigori importanti. Quello col Mantova aveva un peso enorme, soprattutto perché eravamo nei primi minuti e poteva portarci in Serie A.”
In una squadra molto giovane lei è stato uno dei punti di riferimento. Com’è stato guidare tanti ragazzi?
“È stata la prima volta che mi sono sentito davvero tra i più esperti della squadra. È stato bello essere un riferimento, ma bisognava farlo nel modo giusto, senza trasmettere troppe pressioni ai più giovani. La nostra forza mentale, soprattutto nel finale di stagione, è stata decisiva. Non abbiamo mai pensato al peso delle partite: vivevamo settimana dopo settimana, sempre con equilibrio.”
Tatticamente, che cosa le chiedeva Alvini?
“Mi chiedeva tanta responsabilità con il pallone: dovevo farmi dare sempre la palla, in qualsiasi zona del campo. Senza palla giocavamo uomo contro uomo a tutto campo, una cosa nuova per me. È stata una crescita enorme, sia tattica che mentale. Ogni partita cambiavano gli avversari e quindi le letture. Lo staff ci aiutava molto anche con i video.”
Questa marcatura a uomo vi ha dato anche forza mentale?
“Assolutamente sì. Eravamo consapevoli del rischio, perché spesso lasciavamo tanti metri dietro, ma questo ti obbliga a restare sempre concentrato. Non potevi mai dare nulla per scontato. Però sapevamo anche che, vincendo il duello individuale, andavamo quasi sempre in superiorità numerica. È stato un rischio consapevole che ci ha aiutato ad arrivare fino in fondo.”
Qual è stata la partita simbolo della stagione?
“Ne dico due. Venezia al ritorno, nonostante la sconfitta: abbiamo fatto probabilmente la miglior partita dell’anno e capito quanto fossimo forti. E poi Monza al ritorno, il 2-2 in dieci uomini: lì abbiamo mandato un segnale forte a tutti.”
Chi l’ha sorpresa di più in questa squadra?
“Direi Cicchella e Bracaglia. Hanno avuto una crescita impressionante.”
Che rapporto ha instaurato con la città di Frosinone?
“Bellissimo. Vivo tanto la città, anche per via della mia famiglia e di mia figlia. La gente ti ferma, ti saluta, ti ringrazia, ma sempre con grande educazione e senza invadenza. È una piazza tranquilla, ideale per lavorare bene.”
Chi vede favorito nei playoff?
“Il Palermo. Contro di noi ho visto una squadra forte, soprattutto mentalmente. Nei playoff la rosa conta tantissimo.”
L’avversario che l’ha impressionata di più?
“Yeboah.”
Ora vacanza o si continua a lavorare?
“Ancora ci alleniamo. Credo che chiuderemo intorno al 22 o 23. Non ci si può fermare completamente per due mesi.”
Chi arriva più puntuale agli allenamenti tra lei e Cittadini?
“Lui arriva prima.”
Chi parla di più nello spogliatoio?
“Io.”
Il più permaloso tra voi due?
"Citta."
Chi se la cava meglio davanti alle telecamere?
"Io."
Il compagno più pazzo della squadra?
"Kone."
Chi urla di più in campo?
"Il mister."
Meglio un assist o un gol decisivo?
“Gol.”
La partita più bella della stagione?
"Venezia."
Un aggettivo per descrivere mister Alvini?
“Maniacale.”
Una promessa ai tifosi del Frosinone?
“Ci salviamo.”
Chi festeggia meglio le vittorie?
"Citta."
Chi è il più scaramantico?
“Io.”
Chi dei due offrirebbe una cena a tutta la squadra?
"Io."
Se questa promozione fosse una canzone?
“‘Figli delle stelle.”
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