Las Piedras, garra e fantasia col Frosinone nel destino: alle origini di Báez
È il racconto di un calcio che profuma di strada, in cui garra e fantasia salgono al potere. Un calcio dove i dribbling padroneggiano. Con coraggio e sudore, alimentando sogni e speranze. La storia di Jaime Báez, neo acquisto del Frosinone di Fabio Grosso, ci conduce ad origini che sanno un po’ di romanticismo perduto. Siamo a Las Piedras, in Uruguay. Tra le fila del Club Atlético Juventud sboccia il talento di un giovane affamato di vittorie che desidera affermarsi nei contesti che contano. Sulla scia delle eloquenti tappe di nascita di questa società, visto che a fondarla fu proprio un gruppo di ragazzi “di strada” nel lontano 1935. Armati di passione e pura voglia di giocare a pallone.
I RICORDI - Un po’ quello che ha scandito la crescita del classe ‘95, inclusi gli anni vissuti nella prima squadra del club biancoblù tra il 2013 e il 2015 dopo la classica trafila nelle giovanili. Il viaggio alle radici di Báez lo percorriamo insieme a Jorge Giordano, l’allenatore che lo ha guidato nel percorso di affermazione tra i big e attuale direttore sportivo delle Nazionali della Federazione calcistica dell'Uruguay. «Sin da subito - ha affermato alla nostra redazione - ho colto le sue grandi qualità. Non passavano inosservate perché abbinava vigore e cattiveria agonistica a doti tecniche importanti. E poi, aspetto non di poco conto, faceva tutto velocemente, garantendo imprevedibilità alle sue giocate».
LE QUALITÀ - Caratteristiche ben definite che, nella Primera División fra Apertura e Clausura, oltre alla Copa Sudamericana, si palesano con chiarezza. È proprio con Giordano che Jaime vive momenti di massima prolificità, affermandosi sui binari di un dinamico 4-3-3. Il bottino parla da solo: 12 gol complessivi realizzati e 9 assist pennellati, nel solco della duttilità: «Era il nostro riferimento offensivo. Sia quando partiva centralmente che dall’esterno». Col dominante intento di base orientato a sviluppare un gioco che potesse esaltare le caratteristiche dei singoli. Báez incluso: «Transizioni veloci e mobilità costante per tirar fuori gli avversari. Jaime era l’interprete ideale per attuare determinati principi».
FIGLIO D’ARTE - Figlio di Enrique Raúl Báez, ex attaccante di successo e campione d’America con l’Uruguay nel 1987, il piccolo Jaime ha avuto sempre il calcio come stella polare. Un amore viscerale, conseguenza inevitabile di un contesto familiare strutturatosi su certe fondamenta: «Di lui ho apprezzato - le parole di Giordano - l’intelligenza e l’attenzione al dettaglio durante gli allenamenti. Era un ragazzo istruito, cresciuto apprendendo determinati valori». Tra l’altro, Jorge ed il padre si sono affrontati varie volte da avversari: «Enrique aveva peculiarità diverse da Jaime, era un giocatore straordinario ma differente tecnicamente. Avendolo conosciuto da rivale, anche in termini umani, non sono rimasto sorpreso nell’aver ritrovato certi valori nel figlio».
“LA CHINITA” - Tra l’altro, da suo padre ha ereditato pure un soprannome: “La Chinita”, termine mutuato da quello di Enrique che veniva identificato da tutti come “La China”. E Jorge Giordano, ricordando col sorriso i tempi vissuti insieme, ha sottolineato: «Pensate che soltanto in due appuntamenti ho rinunciato alle sue prestazioni. Diciamo che non era ancora pienamente formato a livello calcistico. Lui, però, senza battere ciglio ha capito le mie decisioni. Anzi, dopo mi ha anche ringraziato perché aveva capito dove necessitava di migliorare. Era il nostro miglior giocatore». Da Las Piedras, nel 2015 arriva il trasferimento in Italia alla Fiorentina. È l’avvio del percorso tricolore di Jaime e di un presente che adesso si tinge di giallazzurro.

