TF | Ernesto Salvini: “Frosinone promossa perché ha una progettualità. Fondo estero? Vi dico come la penso”
Abbiamo intervistato in esclusiva l'ex DS del Frosinone, Ernesto Salvini, e con lui abbiamo affrontato il passato, il presente e il futuro del Frosinone, la figura del direttore sportivo e il destino del calcio italiano. Ecco le sue parole:
Direttore, partiamo dalle fondamenta. Lei a Frosinone ha vissuto tutto: dal tricolore storico con la Berretti fino alla scrivania della prima squadra, centrando una doppia promozione epica. Quando oggi vede il Frosinone stabilmente nell’élite del calcio italiano, sente un po’ l’orgoglio di chi ha posato il primo, decisivo mattone?
“Un orgoglio incommensurabile. Mi sento un po’ come un precettore che si compiace del 110 e lode universitario di uno studente che ha seguito fino alle superiori. Questo significa che quel precettore ha fatto un gran bel lavoro. Poi lasciami aggiungere che negli anni in cui sono stato al Frosinone abbiamo vinto, con il settore giovanile, uno scudetto con la squadra Berretti, come hai già ricordato, e uno scudetto con l’Under 17. Mi piacerebbe dedicarli a Paolo Macciomei e Tommaso Pantanella, due pilastri di quel settore, che sono sicuro adesso ci guardano da lassù e fanno ancora il tifo per il Frosinone.”
Facciamo un parallelismo romantico e numerico. La sua prima Serie A, costruita con lo zoccolo duro della Lega Pro e pochissimi innesti, conquistò ben 31 punti e gli applausi del Matusa fecero il giro del mondo. L’ultima Serie A, infarcita di talenti come Soulé e con budget diversi, ne ha fatti 35. Quanto contano le idee rispetto ai milioni nel calcio di provincia?
“Per valere qualcosa, noi che operiamo in questo settore dobbiamo credere nelle nostre idee e difenderle. Poi devi avere anche la fortuna, come l’ho avuta io, di avere un presidente come Stirpe, che non solo ha sostenuto quelle idee, ma le ha addirittura impreziosite. Naturalmente le idee devono adattarsi ai tempi. Il presidente è l’unico fattore comune delle quattro promozioni in Serie A e ha avuto la capacità di adeguarsi ai tempi. Dalle prime due promozioni, passando per le due sfiorate e arrivando alle ultime due, c’è stato un evidente cambio di strategia aziendale, con i suoi pro e i suoi contro. A prescindere dal fatto che si parli di un grande club o di una società di provincia, non si può friggere con l’acqua. Sono le ambizioni a quantificare l’olio che serve per la frittura, ma se chi frigge è abile e preparato non ne spreca nemmeno una goccia. L’importante è sempre adattarsi ai tempi.”
Nel suo percorso giallazzurro c’è stata anche la notte drammatica dello Spezia, dove sfiorò la sua terza promozione personale in Serie A prima del saluto. Cosa le è rimasto dentro di quel ciclo incredibile, che ha cambiato per sempre la percezione del calcio in Ciociaria?
“Quella notte mi ha fatto capire che il mio tempo a Frosinone era finito. Dopo 40 anni di lavoro nel calcio — ho cominciato a 16 anni — ho visto le mie squadre vincere il 90% delle finali giocate. Perdere quella partita, anzi perdere quella promozione in quel modo, è stato un segnale chiaro che il dio del calcio mi stava dando. Voglio premettere però, e ne sono convinto, che senza il Covid e il conseguente stop noi quel campionato lo avremmo vinto, oppure saremmo arrivati alla promozione diretta. Nonostante questo, non cerco alibi: quella partita è stata la fine naturale di un percorso con gli ultimi superstiti di un gruppo fantastico. Calciatori, ma ancora di più uomini, che ci hanno aiutato a far diventare grande il Frosinone. Lo auguro a tutte le società. Era senza dubbio la fine di un’epoca e, per facilitare l’avvio di una nuova stagione, era giusto che mi facessi da parte. Ma ai tifosi ripeto anche oggi quello che hanno sentito dire tante volte: ricordiamoci da dove si è partiti. ”
Lei la Serie B la conosce centimetro per centimetro. Guardando alla stagione appena conclusa, come si spiega che piazze con budget faraonici come Palermo e Sampdoria abbiano faticato così tanto, e che una realtà storica come Bari sia addirittura precipitata in Serie C? Qual è il segreto per non farsi inghiottire da quel campionato?
“In tanti anni di esperienza impari che il calcio ti dà la possibilità di capire il momento. Poi però bisogna saperlo capire davvero, interpretarlo e fare in modo di cambiare l’inerzia della stagione successiva. La cosa peggiore che un dirigente possa fare è stare immobile, lasciarsi trascinare dagli eventi. Deve invece prendere la situazione di petto e cercare di cambiare le cose. Poi non basta avere risorse e materie prime: come dicevamo prima, bisogna saper friggere. Naturalmente dipende anche dai calciatori. Ce ne sono alcuni che, arrivati a una certa età, parlano più di quanto siano disposti a fare per la squadra, pur continuando a pretendere. Bisogna affidarsi spesso alla maturità, agli uomini sotto la maglia, e capire se hanno ancora il fuoco dentro. Quello fa la differenza. Ti faccio un esempio: Federico Dionisi, quando subì il primo infortunio della sua carriera calcistica, nell’anno della seconda Serie A, era molto giù di corda. Io gli dissi di non preoccuparsi, perché uno con le sue caratteristiche fisiche, ma soprattutto con il fuoco che ardeva dentro di lui, sarebbe riuscito a giocare fino a 40 anni. Ecco, quando hai giocatori del genere puoi puntare in alto.”
Il Frosinone ha appena riconquistato la massima serie puntando sulla fame di mister Alvini e sulla sostenibilità della linea verde. Da uomo di calcio, crede sia questa l’unica via percorribile per le medio-piccole?
“Credo proprio di sì, tranne rare eccezioni come il Como. Perché un presidente che si possa chiamare davvero presidente è prima di tutto un imprenditore che investe per ottimizzare, non per guadagnare. Ma i soldi che investe sono soldi delle sue aziende, che poi per passione impiega nel calcio per regalare un sogno ai tifosi. Dopodiché ci sono anche fondi e grandi investitori internazionali, che però difficilmente si avvicinano a piazze piccole o con poca disponibilità. Il flusso economico di una società di provincia, che rappresenta un bacino limitato di tifosi, è di scarsa portata, quindi deve impegnarsi più delle altre. Questa era anche l’idea con cui eravamo partiti insieme al presidente Stirpe, che per mia fortuna è una persona illuminata. Per quanto riguarda Alvini, non solo sono convinto che sia una persona d’oro e che meriti le gioie più grandi, ma è stato anche intelligente a includere i giovani ciociari. La cosa più bella è stata vedere Bracaglia e Palmisani arrivare in Serie A dopo averli visti crescere nel settore giovanile. Io sono nato vecchio — ride — e questa attenzione per i ragazzi me la sono sempre portata dentro. A Frosinone portammo quel comparto a livelli altissimi, facendo crescere giocatori forti. Tantissimi calciatori che hanno giocato o giocano ancora sono passati dai colori giallazzurri. La cosa a cui tenevo era puntare sugli italiani, non per motivi beceri che qualcuno potrebbe supporre, ma perché l’Italia ha zone e regioni che possono fornire qualitativamente alcuni dei giocatori più forti del mondo, a patto che vengano aiutati a crescere e protetti dai paragoni con i fenomeni delle altre nazioni, magari più pronti alla stessa età. Per esempio, all’epoca avevo un consigliere tecnico che mi voleva quasi costringere a cedere Bracaglia alla Sampdoria, ma io ci credevo talmente tanto che sparai una cifra assurda e furono costretti a rifiutare. Palmisani, invece, è uno che ha saputo stringere i denti, soffrire e quella tenacia gli sta permettendo di cominciare a prendersi le sue soddisfazioni. Ha sempre fatto fatica, anche perché il suo fisico non glielo consentiva: cresceva molto rapidamente in altezza, ma non aveva ancora la reattività e la velocità che gli venivano richieste.”
Nella sua lunghissima gestione abbiamo visto sfilare profili diversi, da veri e propri maestri di calcio e di spartito tattico come Pasquale Marino, fino a tecnici più pragmatici. Oggi in Italia il dibattito è polarizzato: giochisti contro risultatisti. Ernesto Salvini da che parte si schiera?
“Nel settore giovanile il risultato deve essere una conseguenza del gioco e della crescita. Nelle prime squadre, invece, il bene supremo è il risultato. Però il risultato fine a sé stesso, prima o poi, stanca. Bisogna unire l’utile al dilettevole. Se si gioca bene e non si vince, manca qualcosa. Secondo me una squadra deve avere un progetto tattico evidente, deve avere equilibrio e soprattutto deve esaltare le qualità dei migliori calciatori in rosa. Più passaggi si fanno, più è alto il quoziente dei passaggi e più la squadra può divertire. Il famoso tiki-taka, che in realtà si chiama ragnatela e l’ha inventata Liedholm, può essere una mentalità, ma poi c’è chi preferisce questo e chi preferisce andare in verticale. Non esiste un parametro assoluto per dire che una squadra gioca bene e un’altra gioca male. Servono efficacia, efficienza e un’idea di gioco. Io considero Lippi e Ancelotti i padri dell’equilibrio, perché hanno sempre cercato di coniugare tattica ed estetica e di valorizzare i calciatori a disposizione. A volte l’allenatore mette sé stesso al centro, ma al centro devono esserci i calciatori: l’allenatore deve metterli nelle condizioni di rendere al massimo. La perfezione sarebbe la fusione tra Allegri e Fabregas per intenderci.”
Direttore, mi viene in mente Fabio Grosso con la Nazionale del 2006, quando Lippi lo rese uno dei migliori terzini in circolazione e ci fece vincere il Mondiale inaspettatamente…
“Mi fa piacere che tu abbia nominato Grosso. L’anno in cui decidemmo di prendere Fabio era la stagione della notte di La Spezia, ma non riuscimmo perché era vincolato alla squadra precedente. Poi la nostra scelta cadde su Nesta. Credo però che Grosso, anche da allenatore, sia stato come Palmisani: uno in grado di soffrire. Veniva da una serie di esoneri e da stagioni finite male, ma io ci credevo perché è uno di quelli che cerca di fondere estetica e tattica. Guardate ora dove è arrivato.”
Direttore, il direttore sportivo prima era considerato come l'artefice protagonista, adesso invece, nel calcio attuale, sta perdendo il suo valore come figura professionale. Lei cosa ne pensa?
“Io sono preoccupato per questa categoria, per me stesso e per gli altri, ma credo che i maggiori responsabili siamo proprio noi. Sbaglia chi pensa che il direttore sportivo sia soltanto quello preposto a fare il mercante in fiera, a comprare e vendere. Il direttore sportivo progetta l'identità delle squadre e delle stagioni. Deve comportarsi duramente quando va tutto bene e con più docilità quando invece tutto va storto. Deve vedere il problema dietro l’angolo e prevenirlo. Un direttore sportivo con coscienza mette come principio fondamentale la difesa degli interessi della società. È neutrale quando le cose vanno male e non addossa colpe ad allenatori e giocatori. È presente quando serve e non fa l’uomo copertina. Quando c’è da alzare il sedere e andare a vedere un giocatore dall’altra parte del mondo, deve farlo. Non può limitarsi a guardare due video e dire se uno è bravo oppure no. L’attitudine e la testa di un giocatore non si giudicano da un video, ma dal contesto e dai comportamenti. Questo crea uno squilibrio nelle società, perché sempre più spesso si tende a mettere al centro il tecnico, mentre sia lui che il DS sono figure fondamentali che devono coesistere. Per fortuna i presidenti che ho avuto hanno sempre rispettato la scala gerarchica. Bisogna tutelare allenatore e dirigenti allo stesso tempo. L’allenatore deve condividere tutto ciò che è extracampo con la società ed essere padrone delle vicende di campo. Al contrario, la società non deve intromettersi nelle questioni di campo, ma deve occuparsi di tutto il resto. Ti posso dire che ho conosciuto tantissimi colleghi e adoro chi riesce a coordinare la parte del mercato con quella gestionale. L’allenatore è una componente: va salvaguardato, ma anche messo in discussione. L’allenatore tenderà sempre a salvare ciò che gli prolunga la vita in panchina e, se le cose non vanno, la prima cosa utile è prendersela con i giocatori. Se quindi non c’è un dirigente che sa che il calciatore va valorizzato, alla fine si rischia di perdere un gioiello e poi ci si mangia le mani. I due direttori sportivi più completi, per me, sono Moggi, che era uno stratega, e Corvino, che se avesse provato a vendersi meglio avrebbe fatto la fortuna dei maggiori club italiani. Ha avuto un intuito e una capacità di gestione incredibili. Tra quelli in attività Sartori è il migliore. Poi ci sono figure fantastiche più istituzionali anche se ugualmente operative come Marotta e Carnevali. Di quelli della generazione successiva Massara, per me, è tra i più preparati.
Siamo a giugno 2026, c’è il Mondiale oltreoceano e noi siamo costretti a guardarlo ancora una volta da spettatori. Il tema della riforma del nostro calcio è caldissimo: per la corsa alla presidenza federale si fanno i nomi di profili istituzionali pesanti come Giancarlo Abete o Giovanni Malagò. Secondo lei, da dove e da chi deve ripartire la governance del calcio italiano per curare questa crisi profonda?
“Ero a Sportitalia un po’ di tempo fa, durante le elezioni del Gravina bis, e dissi che non era una questione di nomi, ma di quanto potere avrebbe avuto il presidente federale per mettere in atto idee diverse. Gli devono essere dati i mezzi per cambiare davvero, perché spesso il cambiamento è più di facciata che effettivo. Bisogna comunque adottare misure importanti e penso che si possa fare non obbligando le squadre a schierare calciatori italiani, ma premiando economicamente quelle che li schierano. I premi verrebbero ricavati da un taglio dei proventi mediatici. L’altra cosa che vorrei è che si intensificassero le modalità di applicazione delle regole che già esistono. Io ho fatto tutte e tre le categorie e so bene che queste regole spesso non vengono rispettate. Un esempio: perché si permette alle squadre di Lega Pro di iscriversi e poi, dopo tre giornate, ci si rende conto che non sono idonee alla prosecuzione del campionato? Bisogna valutare prima e in modo corretto.”
Lei che è un cultore storico dei vivai, come ha visto l’esperimento coraggioso del Ct Silvio Baldini, che ha preso in blocco l’ossatura dell’Under 21 — compreso il portiere giallazzurro Lorenzo Palmisani — per testarla nella Nazionale maggiore? È questa la strada per ritrovare l’identità perduta?
“È l’unica strada. Veramente prego il mio personale dio del pallone di non far passare per la testa di nessuno l’idea di seguire un percorso diverso da questo. Intanto perché Baldini mi fa impazzire: mi ricorda me stesso. E, come me, anche Baldini pensa che bisogna lavorare dove c’è bisogno di lui. È uno che sa fare il suo mestiere e ha la cultura dell’esaltazione delle capacità dei calciatori. Spero che non ostacolino il percorso che è stato cominciato. Questo non significa eliminare quelli della vecchia guardia, ma è meglio prendere le bastonate adesso e crescere con i giovani, piuttosto che continuare a fare figure barbine. I selezionatori della Nazionale, una volta, erano ex calciatori che avevano fatto il loro percorso all’interno della Nazionale, come Maldini e altri. A livello di fatti e di risultati, però, qualcosa hanno portato. Io sognavo di vedere Mazzone sulla panchina della Nazionale, perché era uno di quelli che sapeva esaltare i giocatori, così come Ranieri. E mi dà fastidio che Ancelotti debba fare il selezionatore del Brasile, perché le risorse per pagarlo si sarebbero trovate. Io dico che Baldini è la persona giusta, al momento giusto e con le idee giuste. Il Mancini bis sarebbe folle.”
Il calcio italiano è sempre più invaso da fondi esteri. E le voci delle ultime ore, anche se non c’è ufficialità, ci dicono che anche il Frosinone sta per essere “forestierizzato”, se così possiamo dire. Se lo sarebbe mai aspettato?
“Intanto bisognerebbe sapere alcune cose, perché conoscendo il presidente Stirpe quello che sembra scontato non è mai davvero scontato. Prima di affidare la metà del suo cuore ad altri, avrà certamente modo di soppesare tutto, a prescindere dal contributo economico che questi soggetti possano dare. Io credo che il presidente voglia provare a ripetere il modello Atalanta. L’intelligenza di chi ha acquistato l’Atalanta è stata quella di lasciare una quota a Percassi e permettergli di continuare ad avere gestione e operatività, pur conservando una minoranza. È stato indubbiamente illuminato il miliardario americano, che ha capito una cosa semplice: se ha acquistato una società di calcio che andava bene, la cosa peggiore sarebbe stata stravolgerla. E i Percassi sono uno di quei casi in cui non riesco a capire se sia migliore il padre o il figlio. Per questo auguro al presidente di poter fare una cosa del genere. Deve riuscire a mantenere la categoria e, con le sue capacità e il contributo economico di questi investitori, può farcela. Così la posso intravedere. Ma che dia tutto al primo venuto, senza garantire un futuro serio alla sua creatura, non ci credo.”
Direttore, chiudiamo con una domanda personale. La sua competenza e la sua bacheca parlano per lei, ma il calcio ha spesso la memoria corta. Ernesto Salvini è pronto a rimettersi la giacca e a tornare stabilmente in pista? Sta aspettando la chiamata romantica, l’offerta economica o semplicemente un progetto serio che le faccia battere di nuovo il cuore?
“Faccio due premesse: il fattore economico e la categoria a me non sono mai interessati, se non come ultimissima cosa. Io sono felice di lavorare in Lega Pro e sarei felicissimo di lavorare nel campionato più bello in assoluto, che è la Serie B ma preferisco essere decisionale in una piccola società piuttosto che un burattino in una grande. Non vedo l’ora di rientrare, ma rispetto a molti colleghi riconosco di essere un po’ strano. Quando mi incontro con un presidente e mi dice: ‘Ha portato i nomi da prendere?’, io mi alzo e me ne vado. Io voglio progettualità, voglio un progetto che stimo, che difendo e che posso costruire. Le società che hanno pensato prima all’organizzazione, alla struttura societaria e alle strutture di contorno sono società che, a prescindere dalla categoria, si ripropongono sempre. Le società costruite solo per il risultato, invece, magari lo ottengono, ma poi non durano. Mi aspetto la chiamata da un club con un po’ di storia, con un bacino d’utenza e con una progettualità. Sono importanti tutti, dal magazziniere alla struttura. L’ultimo presidente con cui ho avuto un colloquio mi ha detto: ‘Lei è l’unico dirigente che mi parla di queste cose’. La mia risorsa è stata: 'Se domani decide di comprare una Ferrari e spendere cinquecentomila euro, poi ci va su una strada sterrata? Lo stesso è per i calciatori, compri i migliori e poi gli dai gli alibi per non dare il massimo? Il campo è pieno di buche, lo staff medico non è qualificato, e così via?'. Qualora ci fosse una richiesta che mi permetta di contribuire alla ricostruzione di una società, oppure di aiutare un club già navigato a continuare a crescere, la prenderei in considerazione. Ritengo che il mio mestiere non sia giocare al mercante in fiera. Rappresento un ruolo che merita rispetto e non voglio scendere a compromessi solo per lavorare.”
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