Nesta: "Dico sempre ai miei ragazzi di allenare la mente. Spiego loro come io ho superato i momenti difficili"

30.04.2020 10:15 di  Andrea Pontone  Twitter:    vedi letture
Nesta: "Dico sempre ai miei ragazzi di allenare la mente. Spiego loro come io ho superato i momenti difficili"
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© foto di Antonello Sammarco/Image Sport

Alessandro Nesta, allenatore del Frosinone, si è raccontato nel corso di una diretta Instagram con Fabio Cannavaro. Di seguito le sue dichiarazioni:

Cosa stai facendo in questa quarantena?
"Io sono a Ferentino, comune di Frosinone (in realtà è in provincia di, ndr). Sto a casa, non esco mai: solo per il minimo indispensabile. Guardo le partite, parlo con qualche giocatore e mi confronto con qualche ex compagno che fa l'allenatore".

Sei stato uno dei primi ad organizzare gli allenamenti virtuali, giusto?
"Sì, siamo partiti con Zoom ma adesso lo fanno un po' tutti. Devo dire che è uno strumento che aiuta: facciamo vedere gli esercizi e ci facciamo compagnia. Qualcuno sta a casa da solo. Ho un americano... ho un po' di gente insomma, sono un professore tecnologico (ride, ndr)".

Giochi ancora a FIFA?
"No, ho smesso. Ti spiego: mia moglie mi ha tolto la playstation, come si fa ai bambini, quando è nato mio figlio Tommaso. Altrimenti sarebbe diventata una guerra".

Qualche tuo calciatore gioca anche a carte?
"Siccome Frosinone è vicino Napoli e io ho tanti campani, devo dire che a qualcuno giocare a carte piace. Si fanno partite importanti, eh: sento che gridano...".

Hai sofferto il fatto di aver smesso di giocare a calcio?
"Sì, l'altro giorno ne parlavo con Bobo. Negli ultimi anni dovevo prendermi delle pastiglie, neanche per giocare: per allenarmi. All'ultima partita mi sono stirato. Dopo il ritiro ero impazzito, a 38 anni tutte le giornate erano uguali. Mia moglie non mi ha cacciato di casa perché mi vuole bene. Poi andai in India da Materazzi".

Ora ti trovi bene in panchina?
"Adesso faccio l'allenatore e sto alla grande, ringrazio Dio per questo lavoro. Ma all'inizio, dopo il ritiro, mi mancava l'adrenalina. Il viaggio dal ritiro allo stadio è una botta di adrenalina che nessuno può comprendere. Qualcosa di speciale, di unico, che all'improvviso ti tolgono".

Spesso i giocatori non smettono quando vogliono, ma sono costretti da altri a farlo...
"Ho avuto l'intelligenza di capirlo. L'ultimo anno al Milan ho sfidato il Barcellona quattro volte. In Champions League, finiti i gironi, ho pensato: "Ok, quello piccolino (Messi, ndr) me lo sono tolto". E invece no, l'ho ritrovato più avanti: andata e ritorno... Mi è andata pure di lusso, perché sai, due botte di qua, due di là... Però poi, a fine stagione, ho pensato: "Se lo incontro anche l'anno prossimo, faccio una figura...". Ma chi me lo faceva fare? Galliani mi aveva offerto un altro anno di contratto, ma io scelsi di andare negli Stati Uniti perché non ero più a un certo livello. Non volevo fare figuracce: non era giusto, per quello che mi aveva dato il Milan".

Cosa ti ha lasciato il Milan?
"Sono nato e cresciuto alla Lazio: era casa mia, sarei rimasto come Totti alla Roma se non fosse successo tutto quel casino. A Milano era un'altra roba: mi hanno insegnato la mentalità che alla Lazio non c'era. La mia Lazio poteva giocarsi la Coppa dei Campioni alla grande. Ma mancava quella mentalità. Meritarsi una società come il Milan è difficile, anche per giocatori come noi".

Ti ricordi i tuoi errori?
"Tante volte vedo i ragazzi in difficoltà, ma io sono sempre il primo a ricordare i miei errori. Ho spiegato ai giocatori il modo in cui ho superato certe cose. Dico ai miei ragazzi che devono imparare ad allenare anche la mente, che non deve essere inquinata da pensieri negativi".