Stavolta niente applausi

07.05.2019 20:00 di Luca Frasacco   Vedi letture
© foto di Antonello Sammarco/Image Sport
Stavolta niente applausi

Stavolta niente applausi, non potrebbe essere altrimenti. Se al primo anno di A, la retrocessione contro il Sassuolo fu resa unica dall'incoraggiamento del pubblico, dal coro "riproviamoci", dagli apprezzamenti di stima nei confronti di una società che da quel momento in poi -pur essendo appena tornata in B- aveva ancora tanti margini di crescita, ora il silenzio collettivo copre elegantemente qualche fischio che in altri contesti non faticherebbe ad arrivare. 

L'inizio horror di campionato costringe il Frosinone a prendere cognizione dell'erronea programmazione: dopo aver provveduto in fretta e furia alla composizione della rosa, nascondendosi prima davanti al dito del "non aver avuto abbastanza tempo", si ritrova puntato quello di Moreno Longo: l’allenatore definì non sufficientemente allenante il ritiro in Canada visto il tasso tecnico mediocre degli avversari affrontati e qualche partita dopo ammise pubblicamente di non avere una squadra all'altezza della competizione. Eppure, dopo avergli tributato i giusti applausi per la vittoria nei play-off di B, nemmeno l'allenatore può essere discolpato. Il suo credo tattico eccessivamente difensivista (a Stirpe piacque definirlo integralista), viene presto sdoganato da Baroni, capace di dimostrare come la stessa identica squadra fosse in grado d’attaccare, e non di subire l’ennesima goleada (Atalanta-Frosinone 4-0, Frosinone-Samp 0-5, Roma-Frosinone 4-0, Napoli-Frosinone 4-0: tutte quelle della gestione Longo). 

Moreno è stato definito come l'allenatore della promozione, esonerato "dallo Stirpe", proprio il Sassuolo dell'andata sancì la sua fine sulla panchina giallazzurra, ma a cacciarlo non fu il gol di Berardi, o la volontà del presidente (che anzi non credeva nel cambio allenatore), fu lo stesso stadio, capace di intonare un risonante "Longo vattene" per svariati minuti, costringendo la società, come unica mossa per riportare l’entusiasmo, a dargli il benservito. Peccato che la miope visione di alcuni tifosi si sia focalizzata soltanto sulle colpe all'allenatore, quando invece le grandi responsabilità dell'assetto dirigenziale si palesavano una partita dopo l'altra. 

L'impressione, avuta al termine della sessione estiva di calciomercato, di una squadra non all'altezza viene riconfermata di domenica in domenica. “L'aver avuto poco tempo per programmare la stagione" è stata la prima giustificazione annunciata a tempo debito; i vertici dirigenziali si rendono immediatamente conto dell’inadeguatezza dei nuovi arrivati, e della non sufficienza degli elementi confermati. Urgeva un intervento sul mercato, un piano B, eppure, in quella sera del 16 dicembre (esonero di Longo in Frosinone-Sassuolo), non c'era ancora nessuna idea su cosa fare nel periodo di riparazione, eccezion fatta per un nome che si voleva portare in città, quello di Zukanovic, poi invece rimasto al Genoa. 
Il ragionamento dichiarato dalla dirigenza è stato chiaro, e contemplava l'inutilità di intervenire pesantemente sul mercato se non ci fossero state, a metà campionato, le condizioni per salvarsi. 
Niente di più sbagliato. 
Nonostante qualche rinforzo sia effettivamente arrivato, il Frosinone ha continuato a far punti ed è stato in gioco per rimanere in Serie A più di quanto la stessa dirigenza potesse pensare (merito di un Bologna in crisi, di un Empoli confuso, della peggiore Udinese degli ultimi anni); dei magri approvvigionamenti, insufficienti per nutrire le speranze dei tifosi, è stato utile alla causa solamente Valzania, mentre sul capitolo partenze si è fatto pienamente "mea culpa". Il flop del mercato estivo, è stato confessato una cessione alla volta dopo appena quattro, o cinque mesi: Perica, Campbell, Hallfredsson, Vloet, Crisetig, Ardaiz. Non serve infierire per rendere l’idea del pessimo operato. Sconfitta dopo sconfitta del Frosinone ha riso tutt’Italia, e l’Europa l’ha conosciuto come unica squadra (prima di Frosinone-Parma) a non aver ancora mai vinto in casa nei cinque maggiori campionati del continente, a cui, fino a quel momento della stagione, ben potevano aggiungersene altri quattro (Russia, Grecia, Turchia, Olanda). 

L'aver fatto un punto nelle prime otto partite diventerà a fine campionato un handicap ritenuto dai vertici del Frosinone come tra le più grandi condizioni ostative di salvezza; ed in merito rimangono molte perplessità, visto che nel miglior weekend la prima posizione utile per la permanenza in campionato distava solamente due punti. Questi i motivi per non applaudire il lavoro del management, e individuarlo come primo responsabile, sempre che nel deserto dello Stadio Stirpe che vedeva per la prima volta la Serie A, sia rimasto qualche spettatore che abbia preferito pagare il prezzo (salato) del biglietto, piuttosto che aspettare a casa, su Dazn -oltre alle venti partite del Frosinone in A già trasmesse- il prossimo campionato di B. 

C'è tanto da rimproverare, specialmente  ai giocatori. Assemblati dalla direzione sportiva come nelle peggiori partite di Tetris, non sono mai diventati squadra. Hanno fatto rimpiangere colleghi che militano in categorie inferiori, hanno dato il loro peggio nelle partite clou della stagione (Chievo, Empoli, Cagliari), non recependo mai il concetto di tigna ciociara di cui sarebbe meglio non parlare, dando il sospetto di trattare una squadra neo-promossa come un'occasione usa e getta. Specialmente ad inizio autunno le attenzioni di Maurizio Stirpe erano rivolte alla squadra più che all'allenatore: la scelta del ritiro, a detta dello stesso presidente, non è stata soltanto dettata dalla necessità di compattare il gruppo, ma anche dalla volontà di far reagire qualche componente dello stesso che stava commettendo leggerezze non concesse alla diciannovesima squadra più forte d'Italia. Resta ancora qualche partita da giocare, ma la fotografia di questa stagione è anche quella del post Frosinone-Spal: la maggior parte dei giocatori sfiniti, buttati a terra appena dopo il triplice fischio, appena retrocessi virtualmente, coscienti purtroppo di non essere abbastanza per salvarsi, dopo aver perso per l'ennesima volta in casa. 

Questo è stato il Frosinone alla sua seconda partecipazione in Serie A. In questo modo sono state vanificate due annate di Serie B, lacrime prima di dolore, poi di gioia. Una breve sosta nel massimo campionato Italiano rovinata e non pienamente goduta a causa di una sensazione di inadeguatezza generale. Forse il Frosinone tornerà in A prima del previsto, forse quegli applausi potrebbero tornare, ma stavolta no. Stavolta niente applausi.